Musica d'arte, suo apprezzamento, e genere d'appartenenza

Luigi Negretti Lanner

Roma, 22 Agosto 2017


Durante una recente discussione con alcuni colleghi musicisti, sono emerse un paio di soprendenti considerazioni, da parte dei miei interlocutori, in merito alla natura della musica d'arte e più specificatamente in riguardo alle relazioni tra l'opera musicale d'arte e i concetti di “apprezzamento” e di “genere musicale”.  Su questi due punti vorrei esprimere alcune brevi riflessioni.
Personalmente confesso di ritenere che nell'opera d'arte  non vi sia nulla di “apprezzabile”,  e che essa sia invece una straordinaria occasione di conoscenza.
Il concetto di “apprezzamento” richiama, invero, una modalità di approccio all'opera che nega la sua conoscenza. Apprezzo ciò che ho di fronte, ossia gli attribuisco un valore tangibile e immediato  (un prezzo, un valore corrente) in relazione ai miei criteri di valutazione, i quali sono immancabilmente condizionati dai limiti della mia formazione attuale, della mia capacità di comprendere “al momento” ciò che ho di fronte.  La modalità dell'apprezzamento implica la negazione  dell'opera come oggetto autonomo, portatore di regole proprie e sconosciute, del tutto prive di valore materiale. L'opera diventa così un oggetto passivo (di giudizio immediato e senza appello), anziché un elemento attivo, un “altro” in grado di agire sulla mia coscienza.     
Questa occasione di conoscenza viene data, nell'opera musicale, dalla capacità del compositore di aprire nuovi percorsi, evitando di  ripetere, seppure con ottimo mestiere, ciò che già è stato detto da altri.
Quest'ultima modalità porta infatti con sé  il tarlo di una certa vanitosa ossessione per l'opera come oggetto “fatto ad arte”, e dunque ispirato a un modello preesistente  (rinnegando una piena creatività, che inventa e possiede interamente i propri modelli e istituisce i propri canoni), degradando automaticamente la creazione dell'opera ad una sorta di manifattura intellettuale, il cui prodotto sarà immancabilmente un oggetto artisticamente e socialmente inerte.
Diremo anzi (cadenza), che una produzione musicale basata  su questo modo di procedere, sull' oltremodo digestiva attività costituita dal ruminare intellettuale che tanto affligge questa nostra epoca appestata da singolari stuoli di pacifici buoi saccenti (compositori impegnati in vuoti esercizi di stile, neoromantici, neoclassici, eccetera...) menàti alle campagne da generali ancor più stolti e pigri delle proprie truppe (musicologi nostalgici, letterati, filosofi e scienzati  musicalmente analfabeti, dirigenti di enti lirici e sinfonici, dirigenti televisivi)...ecco, diremo che una tale produzione si può anche “apprezzare”, proprio perché in essa non vi è più nulla da conoscere.
Qualcuno potrebbe obiettare che, in base a queste considerazioni, tutta la produzione del passato dovrebbe rientrare nel campo dell' apprezzabile,  ma a questa obiezione si può facilmente controbattere sottolineando l'attualità della produzione stessa in relazione al suo contesto, ossia ciò che distingue la produzione “viva” -l'unica di cui ci occupiamo- da quella già acquisita, qualsiasi sia l'epoca alla quale ci riferiamo.
Per quanto riguarda invece il voler contestualizzare l'opera musicale d'arte in un àmbito di genere, si potrebbe dire che anche solamente appellandoci al buon  senso dovremmo facilmente intuire la differenza tra la musica di genere, nella quale, tra l'altro, l'autore è di fatto un fattore secondario in quanto elemento del sottoinsieme “autori” del genere che defiinisce quella classe (ad esempio “musica ska”),  e la musica d'arte.  
I generi musicali, come fenomeno commerciale di massa, sono nati all'ombra della discografia industriale del novecento, e sono infatti perfettamente funzionali alla suddivisione del mercato in segmenti, suddivisione necessaria per massimizzare le vendite. Ad essi si accompagnano immancabilmente elementi complementari più o meno marcati, come una certa fraseologia o un modo di vestire (i quali si manifestano principalmente durante gli eventi, soprattutto tra le giovani generazioni), talvolta un vero e proprio stile di vita, elementi anch'essi rappresentati concretamente da beni di mercato acquistabili in moneta sonante.
Non staremo qui a dissertare di questioni così ampie come quelle relative ai risvolti psicologici e sociali di tali fenomeni (che ovviamente non ci competono), tanto basti però a prendere coscienza di quanto tutto questo sia lontano dall'opera musicale d'arte, che non a caso è pressoché espulsa  dal mercato discografico  e dai suoi eredi digitali, entro i quali il “genere musicale” costituisce un vero e proprio caposaldo, un presupposto  indispensabile per l' esistenza stessa di quell'industria.
Chi opera nella musica d'arte come esecutore o come compositore dovrebbe essere ben cosciente di tali meccanismi, in modo da poter fuggire l'avvilente destino di rendersi complice di quella falsificazione ideologica che vorrebbe l'opera musicale d'arte anch'essa intesa come genere, seppure “di nicchia”.
Questa falsificazione tende a spingere  la produzione musicale d'arte  nell'angolo di una marginalità sociale comprovata dalla ridotta dimensione della “fetta di mercato” da essa rappresentata, e si produce, potremmo dire fisiologicamente, in risposta agli attuali modelli di diffusione della cultura musicale, e alla  loro funzione sociale.
L'egemonia del “genere musicale” come punto di riferimento della produzione musicale nel suo complesso, dovuta principalmente alla grande efficacia che esso possiede come strumento di conquista del mercato, produce un perfetto meccanismo commerciale che  però si inceppa entrando in contatto con il corpo estraneo rappresentato dalla musica d'arte.  
La tendenza a marginalizzare e possibilmente a espellere tale anomalia è un effetto di quella che potremmo chiamare “estetica del prodotto da banco”, che si impone attualmente come pressoché unico campo entro il quale poter agire una  proposta musicale capace di raggiungere le  masse. L'opera musicale, tanto quanto una bottiglia di birra o un chilo di patate, dovrà essere, una volta prodotta, immediatamente collocabile e vendibile sugli scaffali del negozio, sui quali dovrà inoltre risultare chiaramente identificabile (e dunque apprezzabile), in modo da non creare nel consumatore dubbi alcuni  sulla natura del prodotto esposto, pena  un'altissima percentuale di reso invenduto. Tra le conseguenze negative di una tale situazione vi è anche il fatale e drammatico restringimento della visuale a cui è costretto chi, per pigrizia o per dabbenàggine, accetti per buona una così macroscopica falsificazione. Chi da musicista operi nella musica d'arte, o chi per altri aspetti voglia occuparsi di essa  come fenomeno autentico,  dovrebbe invece armarsi di una capacità di analisi e di visione sufficienti a consentirgli di comprendere la natura culturalmente e dunque socialmente regressiva di tali equilibri, ed agire per aprire delle prospettive in grado di decretarne infine il superamento.